Nel 2016 vivevo a Roma e possedevo tutto ciò che un uomo prossimo ai cinquant’anni potrebbe desiderare: un lavoro stabile, l’auto aziendale, una casa, gli amici e la libertà della vita da single.

Ogni mese, però, tornavo a Salerno almeno una volta per trovare i miei genitori. Mia madre Lina, malata di Alzheimer, e mio padre Michele, suo fedele e amorevole assistente, la sua ombra costante.

Nonostante avessi quella che per molti rappresentava “una bella vita a Roma”, sentivo crescere sempre più forte il desiderio di stare vicino ai miei genitori. Mia madre, ormai quasi allettata, era diventata una bambina delicata, mentre mio padre – la sua ombra – mostrava segni sempre più evidenti di affaticamento.

Una domenica di settembre, mentre facevo ritorno verso Roma, una domanda continuava a risuonarmi nella mente: “Ma io che ci sto a fare qui?”

Il mattino seguente avevo preso la mia decisione: disdetta dell’appartamento, nuovo alloggio a Salerno, trasloco e un lavoro in smart working.

Seguirono alcuni anni meravigliosi, durante i quali ebbi la possibilità di riscoprire i miei genitori, in particolare mio padre. Purtroppo, a 86 anni, papà si ammalò al fegato. Quattro mesi di ospedali, visite e medici, fino al 29 dicembre del 2019.

Dal giorno successivo, come avevo promesso a mio padre, mi presi cura di mia madre. Non fu semplice: il COVID rappresentò una prova durissima, ma insieme a mia sorella riuscimmo a superare anche quello.

Chi è (o è stato) caregiver di un malato allettato affetto da Alzheimer conosce bene quanto sia faticoso. Ogni giorno la stessa routine, senza possibilità di allontanarsi se non per la spesa o qualche commissione urgente, con la costante pressione che un errore di valutazione possa costare la vita alla cosa più preziosa che hai: tua madre.

I medici mi spiegarono che era inevitabile – dopo quattordici anni di malattia poteva accadere. Un giorno mamma non riuscì più a deglutire. Non vi tedierò con i dettagli: il 29 giugno 2023 mamma ci lasciò.

A 56 anni mi ritrovai con una vita da reinventare completamente. Tornare a Roma? Riprendere il mio lavoro? Ricominciare da dove avevo interrotto?

Ci provai, per un mese – un lunghissimo mese – giusto il tempo di capire che quella vita non faceva più per me. O meglio, che io ero profondamente cambiato.

Allora feci la cosa che non t’aspetti, investii una buona metà dei miei risparmi nell’acquisto di un furgone nuovo: un Ford Transit da 6 metri AWD. Dopo tante ricerche trovai un allestitore disposto ad aiutarmi e ospitarmi: Emmanuele Gennari della Onderod.

Mentre procedevo con la camperizzazione, vi confesso che ogni giorno avevo paura di sbagliare e nutrivo mille dubbi su come procedere. Oggi, invece, mi sembra che tutto sia stato facile, come se fosse accaduto in modo naturale.

Sarà merito delle migliaia di ore di video DIY americani che avevo studiato su YouTube negli anni precedenti, sarà stato il supporto di Emmanuele, Antonio e Loris della Onderod… sta di fatto che oggi allestire un furgone mi sembra un gioco da ragazzi.

Attenzione: il mio mezzo, il Peregrin, è tutto fuorché perfetto, rifinito nei dettagli men che mai completo. Anzi, proprio adesso ( mentre scrivo queste righe) penso a questa o quella modifica che potrei apportare.

Vi dico subito che il mio approccio alla “vanlife” è decisamente meno ideologico e romantico rispetto a quello che spesso si vede sui social, ma molto più pragmatico e concreto.

Non faccio mistero del fatto che i camper tradizionali e soprattutto i van industriali non mi convincano, né dal punto di vista estetico né da quello funzionale. Spesso li trovo troppo standardizzati, privi di personalità, con soluzioni che privilegiano la produzione in serie piuttosto che le reali esigenze di chi li vive quotidianamente. Gli interni mi sembrano spesso angusti e poco studiati, con materiali che invecchiano male e layout che non tengono conto di come si muove realmente una persona nello spazio.

Tuttavia, devo confessare una contraddizione che mi diverte: quando vado alla Fiera del Camper di Parma, mi trasformo completamente. Davanti a quelle meraviglie tecnologiche, a quegli interni perfettamente illuminati e a tutte quelle soluzioni ingegnose, mi comprerei letteralmente tutto! È come se l’atmosfera della fiera, l’entusiasmo dei venditori e la perfezione degli allestimenti in mostra riuscissero a farmi dimenticare momentaneamente tutti i miei principi pragmatici.

Probabilmente è proprio questa tensione tra il sogno e la realtà, tra l’ideale e il pratico, che caratterizza il mondo della vanlife: da un lato la ricerca di soluzioni autentiche e personalizzate, dall’altro il fascino irresistibile delle promesse commerciali di una vita perfetta su quattro ruote.

Giovanni

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